Adelphi,2020,309 pagine
A metà tra un resoconto giornalistico e un’autobiografia, il libro di Anna Wiener descrive con un pizzico di ironia (ma non troppo) la follia della Silicon Valley: le quantità mostruose di denaro che vi affluiscono, i dirigenti giovani ed eternamente adolescenti, un modo di lavorare che rifugge da quello consueto salvo poi farvi ritorno in qualche modo, gli uffici sala-giochi e le attività di team building, la città sconvolta, i problemi di inclusività non sempre affrontati in modo corretto. Ne viene fuori un ritratto a tratti spaventoso ma non privo di un suo fascino perverso. Strutturalmente il libro è un po’ troppo frammentario: pur seguendo la carriera dell’autrice, ci sono molti capitoli che rimangono isolati parlando dell’ennesima uscita coi colleghi o l’ennesimo CEO brillante e imbecille. Il libro poteva finire in qualunque punto dalla metà in poi, diciamo. E, alla fin fine, anche se mi son divertito, non credo di aver imparato niente di nuovo sulla Silicon Valley.
Nota negativa per la traduzione, che sceglie di tradurre letteralmente certi termini disorientando il lettore e, a naso, senza sapere di cosa sta parlando: “ingegnere mobile” per quello che forse era “mobile engineer”, “responsabile” per “manager”, “scienziati dei dati” (“data scientist”) e soprattutto un orrendo “codificare” e “codificatore” per “to code” e “coder” (programmare e programmatori)