Url: https://www.raiplaysound.it/playlist/supergulpfumettiinradio
Come suggerisce il titolo, si tratta di un podcast in 5 puntate sulla trasmissione “Supergulp - Fumetti in TV”, in onda sulla Rai negli anni ‘70. Offre una parte di documentario, in cui i protagonisti ancora in vita raccontano i retroscena della trasmissione, il suo successo e le vicissitudini produttive. Non originale, ma ci sta. E poi c’è una parte di fumetti in formato di radiodramma.
Ho ascoltato questo podcast soprattutto perché ero rimasto incuriosito dalla formula: se Supergulp è una conversione di media dal fumetto alla televisione (”fumetti in tv”, appunto), come può funzionare una conversione dalla televisione alla radio? Ricordiamo che Supergulp non era animazione propriamente detta, ma fumetti sonorizzati e doppiati, con qualche movimento di macchina sulle vignette e qualche spartano effetto speciale, ma il linguaggio era quello del fumetto. La versione radiofonica si limita a prendere la sonorizzazione dei fumetti (insiste molto sul fatto che i doppiatori erano gente nota nell’ambito), con un lavoro che probabilmente si limita alla scelta di episodi di fumetti che si basano principalmente su dialoghi. Non c’è nessun intervento descrittivo. Funziona? In parte. Questa cosa ha senso solo se l’ascoltatore ha presente il fumetto che viene raccontato, e in tal caso è facile immaginarsi le Sturmtruppen, Lupo Alberto o Nick Carter, e anche se evidentemente manca qualcosa, il risultato è discreto. Ma in un caso ci ho messo diverso tempo a capire che si stava parlando di Zagor (i fumetti non sono presentati, vedi sotto), e quando l’ho capito ho ricollocato la mia immaginazione in modo diverso; in altri casi, quando non conoscevo affatto il fumetto, mi è rimasta un’impressione più che monca.
Per il resto, pur essendo l’esperimento interessante e le testimonianze curiose, ho trovato il podcast mal prodotto: i fumetti sono spesso non presentati, altrettanto spesso non si capisce chi parla, ogni tanto parte una delle varie sigle della trasmissione, e in alcuni casi anche canzoni, per intero, che non c’entrano un granché col tema. Infine, alcuni brani di intervista sono addirittura proposti due volte. Direi che è stato decisamente poco curato.
Quando c’è stata la reunion dei CCCP ero esaltatissimo, e infatti li ho visti due volte. Coi CSI ero leggermente più tiepido, ma comunque era un’occasione da non perdere. Per varie ragioni, sono finito a vederli nell’ultima data del mini-tour, a Catania, nel parco di una bella villa ottocentesca in una serata afosa di fine estate.
È stato complessivamente un gran bel concerto: dopo gli “Lostatobrado” che son un po’ bravi-ma-basta, son stati suonati i tre disci più o meno in ordine, mescolando solo le cose nel finale, con un brano dei CCCP e uno dei PGR, e poi nei bis. Ho trovato che le sonorità del gruppo, la cui forza è anche nella varietà dei registri, sia stata resa molto bene, grazie anche a una fonia impeccabile. Il pubblico è stato molto partecipe, e su “E ti vengo a cercare” il coro è stato quasi universale, data anche la provenienza della canzone. Si ha avuto la sensazione che fossero tutti in gran forma, tranne Ferretti, che sembrava senza voce e che è stato quasi sempre “doppiato”, cantando, da Ginevra Di Marco, e che si è presentato con un’improbabile, ma molto punk, salopette. Non una parola è stata detta fino ai ringraziamenti finali, e il set era minimale, senza nessuna decorazione, nessuno che si muovesse, con luci non particolarmente efficaci. Una delle leggi non scritte dei concerti è che, per quanto tu ti posizioni bene, arriverà sempre il Gigante Grissino di fronte a te subito prima dell’inizio, e così è stato. Tuttavia, c’era così poco da vedere, a parte la salopette di GLF, che più volte ho addirittura chiusi gli occhi per ascoltare meglio.
E ora, come ha accennato Zamboni, che succede? Siamo tutti curiosi. Però la reunion dei PGR non penso me la farò.
Il Teatro Strada Nuova di Genova da qualche tempo ha introdotto una tipologia di evento interessante: l’ascolto al buio. Si entra a teatro, si riceve una mascherina per gli occhi (e, per qualche ragione, un cioccolatino!), si spengono le luci, arriva un signore che mette su un vinile su un impianto stereo e si ascolta.
Non sarà difficile capire che Sotterranei e Dragoni parla di Dungeons & Dragons (ma anche, come si dice nell’intro ricorrente, “di gioco di ruolo in generale, diciamocelo”). Si tratta di un gioco ultimamente piuttosto di moda (per colpa, o per merito, di Stranger Things soprattutto) e sono fioriti diversi prodotti audiovideo relativi: registrazioni di partite, news, disquisizioni sulle regole, polemiche varie. SeD non è l’ultimo arrivato, è appena conclusa la sesta stagione, ed è un podcast che si distingue per la sua struttura: affianca a considerazioni sulle regole, e più in generale sul gioco di ruolo, una narrazione di un’avventura di un gruppo di eroi. Non una partita, ma un racconto con le radici nel mondo di D&D: un party di personaggi con le loro personalità, le loro capacità, le loro debolezze, che affronta minacce più o meno cosmiche. Ci sono personaggi ricorrenti, momenti comici e tragici, battaglie contro mostri, colpi di scena, gente che se la scampa per un pelo e gente che ci lascia le penne. A volte, devo dirlo, la narrazione è un po’ troppo infiocchettata e nell’ascolto si rischia di perdere il filo, ma complessivamente scrittura, recitazione e produzione sono ottime, e la storia è appassionante. Ho sicuramente letto parecchi romanzetti fantasy assai più scontati e mal scritti di Sotterranei e Dragoni.
“Non hanno un amico” è il podcast quotidiano di Luca Bizzarri, attivo ormai da tempo, con alti e bassi. Di recente, diciamocelo, più bassi, Bizzarri sembra insistere sempre sugli stessi temi (il narcisismo di chi sta sui social soprattutto) con un livore che va oltre l’intento satirico del podcast e con una certa ripetitività.
Quante volte da ragazzo ho sentito i due Keeper of the Seven Keys? E quante volte ho sognato di essere parte del pubblico festante che si sente in “Live in the UK”?
Ho visto molti dei gruppi che ho amato alla follia in gioventù, ma gli Helloween mi mancavano. E un tour per nostalgici era proprio l’ideale.