Adelphi,1975,146 pagine
Il mondo delle agiografie è qualcosa che mi ha sempre incuriosito, quindi quando ho notato questo smilzo libricino scritto da San Girolamo su tre eremiti mi ci sono buttato. Girolamo è del IV secolo e le vite che racconta sono del III: per noi sono pressoché contemporanei, ma un secolo di differenza è mica poco.
Ma facciamo un passo indietro: le tre figure raccontate da Girolamo sono eremiti nel deserto. Nei primi secoli del cristianesimo i deserti nel Medio Oriente si erano riempiti di anacoreti che praticavano le austerità più selvagge. Si nota correttamente nell’introduzione che era un modo per ribellarsi alla società che stava iniziando a inquadrare il cristianesimo, più che una reale ricerca di santità. Girolamo è una figura molto interessante: un uomo coltissimo, amante dei classici, che ha passato metà vita in Medio Oriente, in parte anche a fare l’eremita, e metà nei centri di potere e di cultura in Occidente. Questo traspare dalla sua scrittura: le agiografie, pensate come metodo di divulgazione, hanno avuto grande popolarità e di base raccontano una serie di miracoli compiuti, di vittorie sui demonio, di tentazioni a cui hanno resistito e di mortificazioni della carne. Tuttavia, nonostante l’austerità del tema, ho rilevato una sottilissima ironia qua e là, soprattutto nella parte in cui il povero Ilarione scappa da un posto all’altro del mondo alla ricerca di isolamento per poter pregare in pace, ma si ritrova sempre con un codazzo di gente che pretende miracoli. Ecco, il secolo di distanza forse lo si vede dal fatto che queste figure sono già leggendarie. Non c’è traccia di ricerca storica, solo racconti.
La scrittura è molto piacevole anche per un lettore moderno, si vede che Girolamo era un fine letterato, e la traduzione italiana davvero eccellente. Lo leggete in un paio d’ore, e sono due ore ben spese.
La Vita Felice,2025,250 pagine
Sette Città,2024,610 pagine
Libro divulgativo su vari aspetti della matematica e della fisica, sembra voler seguire la regola d’oro che prevede che ogni formula nel libro è un tot di lettori in meno (si concede solo E=mc² e qualcosa nelle appendici). Questo funziona fino a un certo punto, perché Launay si inoltra anche in argomenti piuttosto complessi, tra cui frattali e geometrie non euclidee, fino alla relatività generale, e trovo che la trattazione, che parte da esperienze quotidiane, alla fine rischi di risultare poco chiara.
Porto come esempio la legge di Benford, trattata nel primo capitolo, che è un argomento curiosissimo e palpabile (in breve:se prendete qualunque set di dati, vedrete che i numeri che iniziano per 1 sono molti di più delle altre cifre, che hanno frequenza sempre minore man mano che crescono). Ebbene, probabilmente per la paura di inoltrarsi troppo nei tecnicismi, a un certo punto si dice che le cifre hanno una frequenza costante ma dal punto di vista logaritmico, non lineare. Ma non si spiega perché, rimane come una sorta di “magia”.
In un po’ tutti i capitoli arriva il momento in cui si fa un atto di fede e si prende per buono quello che dice, ma il capitolo sui frattali probabilmente è il migliore, giacchè parte da una domanda insidiosa: quanto è un lungo un confine?
In sostanza, un libro di matematica molto divulgativo, ben scritto e anche ben illustrato. Ma se volete capire le cose anche senza essere matematici, ci sono altri libri che sono meno pavidi.
L’autrice di questo libro è un’accademica che si occupa di criminalità giapponese, ma, invece di scrivere un saggio, decide per questi libro divulgativo un approccio curioso, semi-narrativo: immagina una serie di colloqui con un boss yakuza che è l’unione di più personaggi che ha incontrato nella sua carriera di studiosa dell’argomento. Ne esce fuori qualcosa di strano, perché anche se non c’è ragione di dubitare che le informazioni riportate siano errate, il fatto che ci sia di mezzo un po’ di fiction ne dà un colore diverso.
A parte il metodo, ho trovato il mondo dell yakuza davvero affascinante, soprattutto in relazione alla società giapponese. Gli yakuza pensano di sè quello che pensano alcuni mafiosi di una volta (si veda “Il padrino”), cioè di essere organizzazioni che sopperiscono a mancanze dello Stato: mantengono l’ordine, hanno un codice d’onore, si occupano di giustizia dove la giustizia non arriva. Ma la differenza rispetto al resto del mondo è che le organizzazioni yakuza sono alla luce del sole, hanno uffici ben noti e tutti sanno chi sono gli affiliati, ed effettivamente c’è stato, per un certo periodo nel dopoguerra, un supporto alla legalità da parte di questa gente. Ma rimane il fatto che sono criminali violenti, e ammantarsi di onore e cerimonie non cambia questo fatto. E le leggi anti-yakuza sono poco efficaci per ragioni specifiche ben spiegate, ma che a un gaijin sembrano follia.
Mondadori,2022,187 pagine
Neri Pozza,2018,370 pagine
Adelphi,2010,409 pagine
Scienza Express,190 pagine
Sellerio Editore,445 pagine