It’s all how you look at it.
La serie Mentre si profila un’importante partita di softball, otto personaggi si trovano a dover affrontare una serie di difficoltà nella loro vita fuori dal campo. Imdb
Il commento Il primo episodio della prima serie Pixar mi aveva lasciato più che perplesso: sembrava qualcosa di veramente già visto, parente in qualche modo di Inside Out, con una protagonista in un’età difficile e con un rapporto complicato col padre. È dal secondo che si capisce come “Win or Lose” funziona: è una serie corale, in cui ogni episodio si focalizza su un personaggio che ruota intorno a una squadra di softball di ragazzini, quindi cambiando punto di vista e arricchendo il mondo con altre prospettive e particolari. Metà di questi personaggi sono adulti, metà ragazzini, quindi la pluralità è decisamente confermata. Quello che c’è in comune è una rappresentazione grafica di un sentimento che caratterizza il personaggio. Ad esempio, il professore timido e impacciato indossa un’armatura quando viene avvicinato, il lanciatore sbruffone ha dentro di sé un altro io insicuro disegnato come farebbe un bambino, eccetera. Ne scaturisce una serie molto tenera, divertente, dinamica. Meglio di quasi tutti i film Pixar dell’ultimo decennio.
Settembre nero è una coming of age molto brusca di un ragazzino di dodici anni, che nell’arco di poco tempo, nell’estate in Versilia del 1972, scopre l’amore e il male. Veronesi se la prende davvero con molta calma, costruendo lentamente l’idillio del protagonista, concedendosi diverse digressioni e entrando in dettagli a volte esagerati, tanto che a un certo punto l’io narrante ammette che per molti particolari ha fatto delle ricerche perché non era sensato ricordarsi qual è il distacco di un ciclista su un altro in una gara. Forse, se non era sensato ricordarlo, non ha senso neanche comunicarlo al lettore, però. E forse è parimenti eccessivo e frettoloso l’accavallarsi degli eventi negativi quando iniziano a succedere: in pratica, accade tutto nelle ultime 40 pagine sulle trecento del libro.
L’autore scrive bene, e le prime pagine mi avevano molto preso, anche perché mi ero riconosciuto in alcuni tic del protagonista (come penso avranno fatto in tanti), ma prima l’eccesso di languore e poi l’eccesso di fretta alla fine mi hanno lasciato l’amaro in bocca. Non è un brutto libro, ma è stato il mio primo Veronesi e probabilmente l’ultimo.
Sperling & Kupfer,463 pagine
Feltrinelli,2020,208 pagine