Mondadori,1971,329 pagine
Mi aspettavo un po’ di più da questo classicone della fantascienza (primo volume di un ciclo). La premessa è molto affascinante: tutta l’umanità morta nei millenni risorge lungo le sponde di un immenso fiume. Nessuno sa perché, e qualcuno prova a ricostruire la civiltà e indagare che è successo. Il libro ha un andamento strano: inizia con qualche capitolo di descrizioni pesantissime, poi si trasforma in una sorta di Robinson Crusoe/L’Isola Misteriosa, con un andamento da avventura classica e il recupero della civiltà, e a un certo punto la narrazione ha un’accelerazione improvvisa, quasi tutti i personaggi faticosamente costruiti vengono dimenticati e il tono passa dal metafisico al razionale, quando iniziano a venire a galla le spiegazioni sul contesto.
A parte questa schizofrenia, forse in parte anche voluta, disturbano al lettore moderno alcuni atteggiamenti colonialisti (a prendere le redini della civiltà sono sempre uomini bianchi, che guidano quelli di altre etnie) e ancora più quelli maschilisti (i protagonisti si scelgono le donne da portarsi nelle capanne!). Inoltre c’è un grande pessimismo di fondo: l’umanità risorta si dedica immediatamente a guerre e massacri, esattamente come prima.
Complessivamente l’ho trovata una lettura abbastanza piacevole, ma non mi ha lasciato la voglia di sapere come va avanti e leggere gli altri libri del ciclo. In ultima analisi, ha avuto lo stesso effetto di un “Lost” ante-litteram: misteri intriganti, ma non abbastanza da avere la mia attenzione.