Keller,2019,316 pagine
L’autore, un giornalista polacco, intervista i cuochi personali di cinque dittatori in giro per il mondo: Saddam Hussein, Idi Amin, Enver Hoxha, Fidel Castro e Pol Pot. Ciò che rende il libro interessante non è sapere che a Hoxha piacevano i piatti della mamma o che Fidel Castro amava un’insalata di bianchetti, in fondo chi se ne frega, ma l’aspetto obliquo dell’operazione: quei cuochi erano persone che vivevano a contatto con i dittatori, ma non partecipavano alla loro politica o al governo. Erano quindi in una posizione particolare per osservarli o, soprattutto, per esserne influenzati. Ed è questa la grande verità che traspare dal libro: tutte le persone intervistate, senza eccezioni, difendono a spada tratta l’operato dei loro ex-datori di lavori, anche a distanza di decenni e dopo che sono venute fuori le peggiori atrocità da loro commesse, che vengono regolarmente minimizzate in nome di un poco precisato “bene più grande”. E la verità un po’ scomoda è questa: i tiranni sono temuti, ma sono anche amati, e molto spesso sono tali anche in virtù di uno straordinario carisma.