Adelphi,1933,176 pagine
Forse il Simenon extra-Maigret che meno mi è piaciuto. Un diplomatico turco nella Russia staliniana si trova invischiato nel clima di sospetto, paranoia e sistematica follia della dittatura russa negli anni ‘30. Questa è la parte migliore del libro, che lo fa assomigliare a un libro di spionaggio: non capire chi sta dalla parte di chi, e sospettare sempre e comunque, oltre alla rappresentazione (probabilmente la prima nella storia) di quel mondo assurdo e tragico. Tuttavia, il tentativo di umanizzare il protagonista e dargli una storia d’amore non funziona: il personaggio è piatto e non se ne comprendono sentimenti, azioni e motivazioni: si tratta di un’anomalia per Simenon, che è abilissimo nel tratteggiare personaggi in profondità tramite le loro azioni. Oltre a questo, il libro stenta a decollare, e solo la seconda parte è appassionante, fino a un finale teso come un thriller.