Cucinare un orso
di Mikael Niemi
Iperborea,2017,507 pagine
Potrebbe sembrare un giallo, e in parte lo è, ricordando le atmosfere de “Il nome della Rosa” (che, a sua volta, è debitore di Sherlock Holmes), ma in realtà la costruzione narrativa, per quanto ben fatta, è un sovrastrato, quasi un McGuffin, per quello che all’autore interessa sul serio: raccontare la vita nel nord della Svezia nel XIX secolo. Si tratta di una zona in cui si mescolano tre etnie e lingue: i sami (lapponi), i finlandesi e gli svedesi. Questi ultimi sono percepiti come un potere lontano e indifferente, in una quotidianità fatta di sei mesi di ghiaccio e buio e sei di fango e zanzare, in una natura crudele in cui la miseria indurisce gli animi. È molto interessante la figura di uno dei protagonisti, a metà tra un pastore (tra i fondatori di una corrente cristiana mistica) e uno scienziato: è lui, che, con metodo scientifico e usando anche tecniche moderne, cercherà di dipanare il mistero e, armato delle due armi della fede e della scienza, cercare di portare sollievo a quei popoli disgraziati.
A me ha interessato soprattutto la parte etnografica e storica, ma volendo si può leggere questo libro anche nell’altro verso: un piacevole “whodunit” in un luogo e un tempo particolari. In entrambi i casi, se ne uscirà soddisfatti.